Giurisprudenza

Avvocato – Concorrenza – Inapplicabilità tout court del regime di responsabilità da concorrenza sleale ai rapporti tra liberi professionisti (Cassazione civile, sez. III, 13 gennaio 2005, n. 560) – Presupposto giuridico per la legittima configurabilità di un atto di concorrenza sleale è la sussistenza di una situazione di concorrenzialità tra due o più imprenditori (e la conseguente idoneità della condotta di uno dei due concorrenti ad arrecare pregiudizio all’altro, pur in assenza di danno attuale), così che la normativa dettata, in materia, dall’art. 2598 c.c. non può ritenersi applicabile ai rapporti tra professionisti (nella specie, avvocati). La nozione di azienda di cui al n. 3 dell’art. 2598 sopra citato, difatti, coincide con quella di cui al precedente art. 2555, stesso codice, sicché (pur essendo innegabile che, sotto il profilo meramente ontologico, studi di liberi professionisti siano, di fatto, per personale, mezzi tecnici impiegati e quant’altro, assimilabili ad una azienda) l’intento del legislatore, inteso a differenziare nettamente la libera professione dall’attività d’impresa (intento confermato, tra l’altro, proprio con riguardo alla professione di avvocato, dal regime delle incompatibilità di cui all’art. 3, comma 1, del r.d.l. n. 1578 del 1933, comprendente, tra l’altro, il divieto dell’esercizio del commercio in nome proprio o altrui, divieto privo di significato se lo studio professionale fosse assimilabile ad un’azienda commerciale) va interpretato ed attuato nel senso della inapplicabilità tout court del regime di responsabilità da concorrenza sleale ai rapporti tra liberi professionisti, e ciò in via di interpretazione tanto diretta, quanto analogica, senza che possa, in contrario, invocarsi il disposto di cui all’art. 2105 c.c., funzionale alla disciplina della responsabilità contrattuale del prestatore nei confronti del proprio datore di lavoro ed alla repressione di una fattispecie di concorrenza illecita, laddove l’art. 2598 attiene alla responsabilità extracontrattuale tra imprenditori onde reprimerne comportamenti di concorrenza sleale.

Procedimento disciplina – Principio di legalità ex art. 38 l.p.f. – Non sussistenza del principio di tassatività degli illeciti disciplinari – Funzioni giurisdizionali del Consiglio nazionale forense – Questione di legittimità costituzionale – Infondatezza (Cass. sez. un, 11 gennaio 2005, n. 309) – Il principio di legalità si riferisce solo alle sanzioni penali vere e proprie e non si applica alle sanzioni disciplinari e l’articolo 38 del R.D.L. n. 1578 del 1933 in tema di procedimento disciplinare a carico degli avvocati legittimamente non individua, pertanto, comportamenti tassativi per gli illeciti disciplinari.

E’ manifestamente infondata, in riferimento agli articoli 24 e 111 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 54 del R.D.L. 1578 del 1933 (sull’ordinamento forense) nella parte in cui attribuisce funzioni giurisdizionali al Consiglio nazionale forense. Quest’ultimo, infatti, allorché pronuncia in materia disciplinare è un giudice speciale istituito con decreto legislativo luogotenenziale 23 novembre 1944, n. 382, prima dell’entrata in vigore della Costituzione e da questa conservato. Deve escludersi, quindi, che per i soggetti che incorrono in una delle situazioni ricadenti nell’ambito delle relative attribuzioni giurisdizionali possa configurarsi un distoglimento dal giudice naturale precostituito per legge. Le norme che lo concernono, inoltre, nel disciplinare rispettivamente la nomina dei componenti e il procedimento che davanti al medesimo si svolge, assicurano, per il metodo elettivo della prima e la prescrizione, quanto al secondo, dell’osservanza delle comuni regole processuali e dell’intervento del pubblico ministero, il corretto esercizio della funzione giurisdizione affidata al suddetto organo in tale materia, con riguardo alla indipendenza del giudice, all’imparzialità dei giudizi e alla garanzia del diritto di difesa.